La litosfera a pack di Venere

La scoperta è stata effettuata nei dati raccolti dalla sonda Magellan negli anni 90

Le nuove strutture identificate sulla superficie di Venere, rivelano un'attività geologica recente.

La densa atmosfera di Venere, se da una parte contribuisce a rendere il pianeta particolarmente brillante, dall’altra ne nasconde perennemente la superficie. Tutto quello che sappiamo della geologia venusiana, lo dobbiamo essenzialmente alle osservazioni radar eseguite dalla sonda Magellan della Nasa.

Rilasciata nello spazio mediante lo space shuttle Atlantis nel 1989, Magellan ha eseguito una mappatura pressoché completa di Venere tra il 1990 e il 1994. Le immagini radar ad alta risoluzione hanno mostrato un pianeta con vaste pianure, montagne e un certo numero di crateri d’impatto. Nonostante tali evidenze, non è stato possibile dipanare il dubbio se Venere, per dimensioni praticamente identico alla Terra, manifesti una qualche attività geologica corrente.

Mappa radar di Venere ottenuta con il primo ciclo di dati della sonda Magellan (Nasa/Jpl)

Le informazioni radar avevano già permesso di stabilire che alcune pianure fossero antichi depositi di lava, associati a edifici vulcanici, la cui attività presente non è stata mai confermata compiutamente. Anche a scala maggiore, il pianeta non manifesta evidenze di strutture geologiche riconducibili a fenomeni tettonici come quelli terrestri. Per tale ragione si è sempre pensato che Venere possegga una litosfera continua, cioè un involucro roccioso esteso per tutta la superficie, senza alcun tipo di frattura assimilabile alle placche.

Le montagne venusiane, infatti, non si configurano come il prodotto dello scontro tra placche continentali, come per il nostro pianeta, ma piuttosto come deformazioni superficiali imputabili ai moti convettivi presenti nel mantello sottostante su una crosta alquanto sottile a bassa resistenza. La temperatura superficiale è di quasi 480°C e, benché non comporti la liquefazione del suolo, ha degli effetti non trascurabili sullo spessore della crosta.

Alcune formazioni sono state interpretate come dovute all’attività vulcanica, come quelle visibili in questa immagine radar sintetica.

È sorprendente che dati vecchi di ormai trent’anni siano ancora utili per scoprire cose nuove. Un nuovo studio ha permesso a un gruppo guidato da Paul Byrne, professore associato di scienze planetarie presso la North Carolina State University, di notare delle particolari strutture che denotano movimenti crostali.

Le immagini hanno rivelato la presenza di blocchi, assimilabili ai frammenti di banchisa (pack) nei circoli polari terrestri, che si sono scontrati e spostati tra loro per poi risaldarsi. Tali strutture manifestano una distribuzione globale, almeno tra le grandi pianure, e sono considerate la prova di una recente attività geologica e del piccolo spessore medio della crosta venusiana.

Le sollecitazioni litosferiche, calcolate da modelli che considerano un flusso viscoso interno, coerenti con la gravità, sono sufficienti per guidare la rottura fragile nella crosta superiore di Venere in tutte le aree in cui sono presenti questi blocchi, confermando che il movimento convettivo interno può fornire un meccanismo per spiegare quanto si osserva in superficie. 

Abbiamo identificato un modello di deformazione tettonica in precedenza non riconosciuto su Venere, uno che è guidato dal movimento interno, proprio come sulla Terra“, afferma Byrne. “Sebbene sia diversa dalla tettonica che vediamo ora sulla Terra, è ancora la prova del movimento interno espresso sulla superficie del pianeta “.

Questa scoperta è anche utile per ipotizzare il comportamento degli esopianeti rocciosi, nonché per meglio caratterizzare la geologia della Terra primitiva, quando il flusso di calore globale era sostanzialmente più alto, e la litosfera generalmente più sottile di oggi.

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