Le prime immagini del Solar Orbiter

LE RIPRESE PIÙ RAVVICINATE MAI OTTENUTE DELLA NOSTRA STELLA

Altre sonde spaziali si erano avvicinate di più, però mai nessuna si era avvicinata così tanto per riprendere immagini del Sole. A 77 milioni di km dalla superficie (circa la metà della distanza media della Terra), il Solar Orbiter ha inviato le sue prime straordinarie immagini, con alcuni dettagli mai osservati con questa precisione.

Solar Orbiter è frutto di una collaborazione internazionale Esa/Nasa che si prefigge di studiare in dettaglio la nostra stella con periodici avvicinamenti. Questo osservatorio spaziale è stato lanciato il 9 febbraio 2020 e in sei mesi ha completato il suo primo passaggio ravvicinato, verso la metà di giugno.

Le sue immagini e i dati raccolti permetteranno di comprendere meglio la genesi del vento solare, alla base del meteo spaziale, i cui effetti si registrano anche sulla Terra, sotto forma di tempeste geomagnetiche e aurore.

Già con i primi dati, i risultati scientifici non si sono fatti attendere; anzi hanno sorpreso il team per la loro precocità, nonostante le ingerenze della pandemia sul regolare svolgimento operazioni di controllo missione presso l’Esoc, a Darmstadt, in Germania, rimasto chiuso per più di una settimana, con le operazioni affidate al personale minimo collegato da casa. Forse è stata la prima volta che sia accaduto per una missione spaziale a detta del principal investigator dell’imager, Russell Howard.

Nonostante questi problemi, la sonda è riuscita a osservare, tra l’1 e il 5 giugno scorso, le code di polveri e ioni della cometa Atlas, disgregatasi poco prima del perielio e giusto in tempo per il primo passaggio ravvicinato della sonda, il 15 giugno, con tutti e dieci strumenti operativi, di cui sei destinati alla ripresa di immagini in diverse regioni dello spettro.

Di solito, le prime immagini di una missione spaziale servono per le calibrazioni e come verifica del funzionamento nominale degli strumenti. Ma questa volta hanno subito contribuito a risultati scientifici. In particolare, quelle ottenute con l’Extreme Ultraviolet Imager, sono di gran lunga le migliori mai prese a quelle lunghezze d’onda e mostrano dei punti luminosi (indicati dalle frecce in figura) definiti “falò” dal principal investigator della missione, l’astrofisico David Berghmans.

Questi puntini luminosi sono dei micro-flare, milioni o miliardi di volte più deboli delle esplosioni macroscopiche che si osservano con altri osservatori solari, come Sdo, e sono ovunque. Rappresentano la prima inattesa scoperta di questa missione e non è ancora chiaro che cosa siano in concreto. Potrebbero essere la controparte di minuscole esplosioni che erano state teorizzate per spiegare il riscaldamento della corona solare (l’atmosfera esterna del Sole), che arriva anche a milioni di gradi. Forse potrà fornire indicazioni aggiuntive lo Spectral Imaging of the Coronal Environment, un altro degli strumenti imbarcati.

Altri strumenti hanno invece rivelato la luce zodiacale, l’emissione luminosa riflessa da polveri interplanetarie presenti sul piano dell’eclittica, in modo così nitido da far sperare che lo strumento sarà in grado di vedere la struttura del vento solare con ricchezza di dettaglio.

Anche il Polar and Helioseismic Imager ha mostrato di funzionare bene e sarà impiegato più avanti durante lo svolgimento della missione, quando il Solar Orbiter avrà definitivamente raggiunto la sua orbita nominale inclinata di 24° sull’eclittica (il piano dell’orbita terrestre), permettendogli di osservare i poli solari.

La sonda imbarca anche uno strumento che analizza l’ambiente in cui viaggia, il Solar Wind Analyzer, in grado di misurare gli ioni pesanti nel vento solare nell’eliosfera interna.

Vedi uno spettacolare video delle riprese ravvicinate dei campfire solari eseguite dal Solar Orbiter .

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