Mouse on Mars

In attesa dell’in flight abort test di SpaceX

I sistemi di lancio riutilizzabili, le mega costellazioni satellitari e i contratti con la Nasa arrivarono dopo. Anche la destinazione suprema, Marte, e la compagnia con cui promette di andarci, SpaceX, gli baluginarono nella mente in un secondo momento. Ma all’inizio, per Elon Musk, l’uomo che più di ogni altro rappresenta il passaggio alla new space economy, l’avventura spaziale iniziò con i topi.

È il 28 giugno del 2001 quando Musk subisce quello che per lui è un colpo durissimo: compie 30 anni. Quel giorno a Justin Wilson, scrittrice e sua prima moglie, confida di non sentirsi più “un bambino prodigio”. Scherza solo a metà: lo stesso mese, intatti, X.com, il progetto di online banking da lui fondato nel marzo di due anni prima, diventa ufficialmente PayPal, ricordandogli che l’azienda gli è stata strappata di mano. Era successa la stessa cosa già ai tempi della sua prima impresa, la Global Link, diventata Zip2 nel 1996 per l’investimento (di tre milioni di dollari) da parte della Mohr Davidow Ventures, che di fatto aveva scalzato Musk dal ruolo di amministratore delegato. Al suo trentesimo compleanno, sono questi i pensieri di Musk: la vita delle startup – “come mangiare vetro e scrutare nell’abisso” – comincia a sembrargli insopportabile, così come la Silicon Valley, dove gli imprenditori non fanno che parlare di acquisizioni e guadagni. Appena dopo l’estromissione da PayPal, il ragazzo venuto da Pretoria, in Sudafrica, torna a riflettere sulla sua vocazione: è convinto che l’obiettivo di un imprenditore debba andare al di là dei fatturati. Lui, almeno, si sente destinato a qualcosa “che duri nel tempo”, qualcosa di diverso da un servizio internet. Qualcosa di più alto, letteralmente. Come lo spazio, quello che da bambino solcava fantasticando di razzi e astronavi.

Per un trentenne con un patrimonio personale di oltre 200 milioni di dollari, e la mentalità di Musk, un sogno equivale all’azione. In pochi mesi si trasferisce a Los Angeles, patria dell’aerospaziale americano e arena dei protagonisti del settore, da Lockheed Martin a Boeing fino alla Nasa. Per farsi notare, fa un paio di donazioni alla Mars Society, un gruppo che promuove l’esplorazione e la colonizzazione del Pianeta Rosso. All’inizio dà alla fondazione 5mila dollari, poi ne aggiunge 100mila, per finanziare la costruzione di un centro di ricerca nel deserto.

A quel punto alza la posta: sa che Mars Society vorrebbe spedire in orbita un gruppo di topi a scopo dimostrativo. Lui, i topi, decide di spedirli direttamente su Marte.

Le battute sul formaggio spaziale che cominciano a girare sul suo conto non lo toccano. Per Musk l’esplorazione del cosmo diventa non solo una prospettiva più seria giorno dopo giorno, appare come un compito della nostra specie, cui sarebbe irresponsabile abdicare. Quando scopre che la Nasa non ha un piano per raggiungere il Pianeta Rosso, si convince di essere su questo pianeta per portare l’umanità su un altro. Serve un’idea clamorosa per stupire l’opinione pubblica, un gesto che spinga tutti a pensare di nuovo a Marte e a riflettere sul reale potenziale dell’umanità. Il sogno di portare per primo dei roditori su un suolo extraterrestre si evolve nel progetto Mars Oasis: con un razzo acquistato dai russi (gli unici ad averne alla portata di un ristretto budget privato), Musk e il suo nuovo team – compreso Michael Griffin, futuro amministratore della Nasa – puntano a lanciare un laboratorio “vivente”, una camera di crescita fitologica in cui coltivare piante sulla superficie marziana. Quando dopo snervanti appuntamenti con la NPO Lavochkin, un’azienda che aveva già costruito sonde destinate a Marte e Venere per l’agenzia russa Roscosmos, Musk si rende conto che i suoi propositi non sono presi sul serio, decide di stravolgere il settore. Aveva capito che senza una vera concorrenza le industrie aerospaziali costruivano prodotti costosi e dalle prestazioni perfette: ogni lancio era eseguito in Ferrari, anche quando sarebbe bastata un’utilitaria. Musk pensa diversamente: avrebbe applicato alla space economy l’approccio al rischio e allo sviluppo dei programmi tipico della Silicon Valley, aggiungendoci gli straordinari progressi nella capacità di calcolo dei computer e l’avanguardia nella scienza dei materiali. Il suo approccio, presto noto come “spazio reattivo”, avrebbe scardinato un modello industriale degli anni 60, non più al passo con i tempi. Una cosa impensabile per Musk, anzi un peccato originale, capace di bloccare lo sviluppo di un settore, e forse di tutta l’umanità, per quasi mezzo secolo.

Nel giugno del 2002, in un magazzino in affitto al 1310 di East Grand Evenue a El Segundo, sobborgo di Los Angeles, Musk dà vita alla Space Exploration Techologies, per il mondo intero SpaceX. Nelle intenzioni del suo fondatore, SpaceX avrebbe evitato gli sprechi degli appaltatori governativi, avrebbe chiamato il suo primo razzo Falcon1, in omaggio alla celebre astronave di Han Solo in Star Wars, e avrebbe portato in orbita entro la fine dell’anno successivo un carico di 635 chilogrammi a un prezzo di 6,9 milioni di dollari, in un mercato in cui lanciare 250 chili costava almeno 30 milioni. Quello che al momento di fare queste promesse Musk ancora non sa, è che nello spazio nessun obiettivo è facile da raggiungere.

 “SpaceX è impegnata per il lungo periodo e ci riusciremo, accada quel che accada”. Finisce così la lettera pubblica con cui Musk commenta il fallimento del primo lancio del Falcon1, il 24 marzo del 2006. 25 secondi dopo essersi staccato dalla rampa sull’isola di Kwajalein, la più grande di un atollo fra Guam e le Hawaii, il motore Merlin del Falcon aveva preso fuoco, facendo precipitare il razzo. Il satellite che trasportava era caduto, più o meno intatto, direttamente dentro il laboratorio di SpaceX, sfondandone il tetto. Il 21 marzo del 2007, è lo sciabordio del propellente nel secondo stadio a portare il nuovo Falcon1 fuori traiettoria fino a farlo esplodere cinque minuti dopo il decollo. Il fallimento del lancio successivo, il 2 agosto 2008, fa piangere più di un progettista in sala controllo. “Ce la faremo. Andrà tutto bene. Non abbiate paura” rassicura Musk. Le sue parole hanno l’effetto di un tonico, soprattutto perché il suo staff sa quanto possa essere spietato in caso qualcosa non vada come previsto – era stata questa sua severità ad aver portato, nel 2007, all’abbandono di SpaceX da parte di Jeremy Hollman, luogotenente del progettista capo, Tom Mueller. Quello che lo staff di Musk non sa è che le finanze del patron sono agli sgoccioli. In sei anni ha riversato nell’azienda 100 milioni di dollari e a causa dei problemi all’altra sua società, la Tesla, non ha i soldi sufficienti per un quinto tentativo. Eppure, tipico stile Musk, mentre alcuni progettisti lavorano al quarto, decisivo lancio, un altro gruppo è incaricato di sviluppare il Falcon9, un razzo a nove motori che al posto del Falcon5 dovrebbe sostituire lo Space Shuttle, in dismissione. SpaceX non ha ancora raggiunto lo spazio, ma Musk la prepara già a quelli che ritiene saranno i grandi appalti della Nasa. Non solo: si rivolge alla Barber-Nichols Inc., un produttore di turbopompe del Colorado, chiedendo supporto nello sviluppo del razzo più grande della storia, il Big Falcon Rocket (o Bfr), quello completamente riutilizzabile che nella sua testa porterà l’umanità – sulla futura navetta Starship – a sbarcare su Marte entro una ventina d’anni, trenta al massimo. Dipende tutto dal quarto e forse ultimo lancio, programmato il 28 settembre 2008. Per la tensione, quel giorno Musk va con il fratello, Kimbal, e i figli a Disneyland presentandosi in sala controllo solo due minuti prima dell’accensione dei motori. Visti i tre fallimenti precedenti, stavolta il Falcon1 non ha nemmeno un vero carico, ma 163 chili di zavorra. Le prima urla di gioia nella sede di SpaceX, nel frattempo trasferitasi a Hawthorne in California, si alzano appena il Falcon si stacca dalla rampa. Sono invece fischi di entusiasmo quelli che si sentono in webcast quando a 90 secondi dal lancio il secondo stadio del razzo, spinto dal motore Kestrel, si separa con successo. Dopo nove minuti di volo, il Falcon1 raggiunge l’orbita prevista diventando la prima macchina costruita da un privato a riuscirci. Ci sono voluti sei anni – quattro e mezzo più di quanto promesso da Musk – e 500 persone per inaugurare un capitolo nuovo della storia e dell’economia spaziale. La gioia però, almeno per l’imprenditore sudafricano, dura poco: l’azienda deve finanziare il Falcon9 e l’altro progetto appena approvato, la capsula Dragon, da usare per i rifornimenti della Stazione spaziale internazionale e forse, un giorno, anche per il trasporto umano. Sono piani che ovunque costerebbero un miliardo di dollari. Ma Musk ha una riunione: deve realizzarli simultaneamente e a un prezzo molto, molto più basso. Dopo sei anni di tentativi, la sua rivoluzione è appena cominciata. Marte sembra un po’ più vicino. E non sono più topi quelli che SpaceX vuole portare fin là.

La cover story completa e altri approfondimenti su Cosmo n.3 di gennaio 2020.

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